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“CHE FAI DE BEL A CIARE? I SUNA LE CAMPANE”

Come sempre, o per lo meno molto spesso, un detto popolare nasconde qualcosa di particolarmente significativo per le persone che lo tengono vivo e se lo tramandano.

E questo vale sicuramente anche per “Che fai chi de bel a Ciare? I suna le campane” che è diventato il titolo dello spettacolo conclusivo dell’annuale Palio delle Quadre.

Ci si potrebbe chiedere dove risieda la particolarità dell’affermazione, visto che, notoriamente le campane sono collocate sui campanili di tutte le città e diffondono i loro rintocchi in più momenti della giornata.

Ebbene, a Chiari, quel detto porta con sé molto di più a cominciare dal fatto che rimanda alla storia, davvero coinvolgente, della torre campanaria fortemente voluta da un’intera comunità, a partire dalle sue espressioni laiche.

Nel 1752 il Comune ne deliberò, infatti, la costruzione e, nel contempo, prese il via un grande moto di adesione popolare per raccogliere i fondi necessari che vide il coinvolgimento di singole persone, di ogni estrazione sociale, accanto a “imprenditori” dell’epoca, allo stesso Clero e alle Quadre i cui colori fanno ancora da sfondo ai quadranti dell’orologio posti sulle quattro facciate.

Tutto ciò prenderà la forma di un prezioso affresco in sede di apertura dello spettacolo, accanto al richiamo a due altri momenti peculiari della torre che vanno dal mistero della cosiddetta “Urecià de mar” all’uso della stessa torre per diffondere rapidamente ai quattro venti notizie urgenti per l’intera popolazione.

Ma la storia della torre campanaria, al di là delle traversie economiche perché l’operazione potesse giungere a compimento, porta dritta a quel “castello” là, in cima, in cui venne issato negli anni un “concerto” di undici campane di straordinaria ricchezza sonora che consentiranno a Chiari di essere riconosciuta come una delle città più importanti dell’intera regione Lombardia in tema di dotazione campanaria.

Da qui, e il passo è breve, è discesa una storia di apprezzati campanari che abitarono la torre per oltre due secoli raggiungendo il culmine con la figura di Francesco Boschetti (detto Cèco Turesà) rimasto attivo fin oltre la metà del ‘900.

Ed è proprio la figura straordinaria e affascinante di questo artista, alle sue superbe capacità compositive e di esecuzione, che lo spettacolo di quest’anno rimanda, facendo risuonare alto il detto popolare da cui anche questa presentazione è partita.

Il personaggio, per taluni aspetti, mitico di Cèco rivivrà attraverso la rappresentazione di momenti che ne hanno caratterizzato la permanenza, anche fisica e per lunghi anni, in quella “cella” posta al termine di 240 scalini, da cui scandiva il tempo della quotidianità e della ritualità attraverso veri e propri concerti capaci di far riconoscere, accompagnare ed avvalorare i passaggi centrali della vita di un territorio e della sua gente, dai momenti più gioiosi, a quelli più strettamente liturgici, dalle emergenze naturali e/o ambientali agli eventi luttuosi fino alla solennità delle grandi occasioni civili e religiose.

Suonare le campane è stata una vera e propria arte che Cèco Turesà coltivò con maestria eccezionale ponendosi, di fatto, come “cerniera” tra la terra, la sua terra, e il cielo da cui, diceva spesso, anche gli Angeli potevano guardare sorridenti.

E su questa immagine lo spettacolo giungerà a conclusione con una dedica speciale che proprio gli Angeli gli proporranno dall’alto, mentre sulla piazza, un’intera comunità riconoscente lo farà vivere in una coreografia di omaggio a quella torre campanaria dalla quale tutto ha potuto prendere il via.

 

Pierluigi Castelli

(Arhat Teatro)

 

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